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venerdì 17 dicembre 2010

Giustiziato con veleno per animali: bufera sugli USA per la crudeltà del metodo

E' stato ucciso come una bestia. John David Duty 58 anni è il primo condannato a morte nella storia a essere stato giustiziato con una sostanza usata sinora per abbattere gli animali, mai iniettata prima nelle vene di un essere umano. Duty è morto ieri sera alle 6,18, ora locale, nel carcere di McAlester, in Oklahoma, il primo stato a adottare questo nuovo e contestatissimo sistema. La nuova sostanza gli era stata iniettata sei minuti prima. Anche qui, come in tanti altri stati veniva utilizzata l’iniezione letale ossia l'insieme di tre sostanze che, una dopo l'altra, venivano iniettate nell'organismo del condannato. Da mesi però questo metodo è entrato in crisi, vista l'impossibilità di reperire sul mercato il primo composto, il Sodium Thiopental, diventato ormai introvabile; la Hospira,della quale ci siamo già occupati, ha da tempo esaurito le sue scorte. Così tanti stati hanno deciso di rinviare le loro esecuzioni, mentre altri invece, con l'autorizzazione del governo, hanno pensato di importare il farmaco dall'estero.C'é poi il caso dell'Oklahoma, dove è stato utilizzato il pentobarbital, un potente anestetico utilizzato dai veterinari per l'eutanasia sugli animali. Duty è stato condannato per aver strangolato nel 2001 il suo compagno di cella, Curtis Wise, un giovane di appena 22 anni. Era rinchiuso nell'Oklahoma State Penitentiary dal 1978, quando venne condannato a tre ergastoli per stupro, rapina a mano armata e tentato omicidio. I suoi avvocati hanno cercato sino alla fine di ottenere una moratoria, puntando tutto sulla 'crudelta' di questo metodo mai 'sperimentato' prima sugli esseri umani,ma ogni loro richiesta è stata vana. Ci sembra veramente indegno che un essere umano venga ucciso in questo modo che aggiunge, all'inutilità ed alla crudeltà della pena di morte in se stessa, anche l'abominio di un metodo contrario ai più immediati principi etici. Se morte deve essere, che sia almeno dignitosa. Il problema dei farmaci prodotti per le esecuzioni, comunque, rimane visto che il pentotal inizia a scarseggiare....e se finisse anche quest'ultimo cosa cominceranno ad usare?
Fonte: Ansa

lunedì 29 novembre 2010

Storia della Pena di Morte: La letteratura sulla pena capitale

La letteratura si è occupata della pena capitale in molti modi diversi; dai trattati filosofici sull’ammissibilità o meno della pena di morte, ai testi giuridici fino alle Carte Costituzionali degli Stati; noi vogliamo offrire una panoramica degli scrittori e dei pensatori di tutto il mondo che hanno scritto sulla pena di morte estraniandola dal contesto prettamente giuridico o tecnico, per guardarla sotto punti di vista diversi. Non sarebbe possibile fare una lista di tutti gli scritti in materia, per cui la scelta di proporne solo alcuni e soprassedere su altri, è prettamente derivata dai gusti personali. Abbiamo volutamente tralasciato tutti gli scritti Filosofici e Religiosi che verranno trattati a parte, nell'analisi del pensiero occidentale sulla pena di morte e nella trattazione del pensiero religioso.

Fëdor Dostoevskij “L’Idiota” 1868/1869.  F. Dostoevskij fu condannato a morte nel 1849 dopo essere stato giudicato colpevole di complotto; portato di fronte al plotone di esecuzione la condanna venne commutata in 4 anni di lavori forzati in Siberia. Dopo quell’esperienza terribile la malattia dello scrittore si aggravò ed egli percepì l’esigenza di raccontare ciò che aveva vissuto in quelle terribili ore attraverso i suoi personaggi. Il protagonista del romanzo “L’Idiota”, il principe Myskin racconta così un’esecuzione capitale alla quale aveva assistito in Francia :” il dolore principale, il più forte, non è già quello delle ferite; è invece la certezza, che fra un’ora, poi fra dieci minuti, poi fra mezzo minuto, poi ora, subito, l’anima si staccherà dal corpo, e che tu, uomo, cesserai irrevocabilmente di essere un uomo. Questa certezza è spaventosa. Uccidere chi ha ucciso è, secondo me, un castigo non proporzionato al delitto. L’assassinio legale è assai più spaventoso di quello perpetrato da un brigante. La vittima del brigante è assalita di notte, in un bosco, con questa o quell’arma; e sempre spera, fino all’ultimo, di potersi salvare. Ma con la legalità, quest’ultima speranza, che attenua lo spavento della morte, ve la tolgono con una certezza matematica, spietata. Leggete ad un uomo la sentenza di morte, e lo vedrete piangere o impazzire. Chi ha mai detto che la natura umana può sopportare un tal colpo senza perdere la ragione? A che dunque questa pena mostruosa e inutile? Di un tale strazio anche Cristo ha parlato… No, no, è inumana la pena, è selvaggia e non può nè deve esser lecito applicarla all’uomo”.
Franz Kafka “Nella Colonia Penale” 1919 In questo racconto Kafka fa descrivere ad un ufficiale una macchina in uso nella colonia per eseguire le condanne a morte che, prima di uccidere il condannato attraverso un sistema di brutale violenza, gli scrive la sentenza di condanna sulla schiena. Anche nel romanzo incompiuto “Il Processo” l’autore descrive il lungo cammino verso la morte di un impiegato di banca inconsapevole del motivo della sua condanna.
Alber Camus “Lo Straniero” 1942. Il romanzo dello scrittore Francese è particolarmente importante perché affronta il tema della pena di morte come elemento di un processo interiore che culmina in una riflessione dolorosa sull’esistenza umana; questo romanzo ha influenzato in modo decisivo tutta una generazione di giovani scrittori ed ha contribuito a sensibilizzare le coscienze sulla pena capitale, in un momento storici di particolare gravità. Considerato un capolavoro assoluto del “Romanzo dell’assurdo” questo scritto ha una grandissima forza narrativa nel trascinare il lettore a riflettere sulle ultime ore di un condannato a morte.
Victor Hugo “L’ultimo giorno di un condannato a morte” 1829. In questo romanzo l’autore racconta le ultime ore di vita di un prigioniero condannato al patibolo; il lettore non sa nulla del crimine commesso da quest’uomo perché ad Hugo non interessa e non si conosce nulla di quest’uomo perché in lui è la somma di tutti i condannati a morte. La vita è data da Dio e solo da Dio può essere tolta, non c’è nulla di umano nella pena di morte se non il condannato ed i suoi sentimenti. Il condannato riesce a procurarsi dei fogli sui quali scrive ciò che prova durante la prigionia; la tortura dello scorrere del tempo verso la morte è ciò che risulta più vivido nel lettore ed anche più commovente. Il tempo perde il suo significato originario ed umano per trasformarsi in un orribile ed inarrestabile mostro vorace. "Gli uomini che giudicano e che condannano proclamano la pena di morte necessaria, prima di tutto perché è importante scindere dalla comunità sociale un membro che le ha già nociuto e che potrebbe nuocere ancora. Si trattasse solo di questo, il carcere a vita basterebbe. Perché la morte? Voi mi obiettate che da una prigione si può scappare? Fate meglio la guardia...niente carnefici dove bastano carcerieri." p.46.